La zootecnia come strumento di rigenerazione degli ecosistemi

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Nel dibattito globale sui sistemi alimentari e sul loro impatto ambientale, l’attenzione si concentra spesso sulla necessità di ridurre le pressioni sulle risorse naturali. Per decenni, il concetto di sostenibilità ha guidato infatti gli sforzi per trovare un equilibrio tra produzione e conservazione, puntando a mantenere lo stato attuale degli ecosistemi senza degradarli ulteriormente. Oggi, tuttavia, sta emergendo una prospettiva più ambiziosa: non limitarsi a sostenere, ma impegnarsi attivamente a migliorare e ripristinare la salute del pianeta. Questo cambio di paradigma, noto come approccio rigenerativo, propone di trasformare le attività umane, inclusa l’agricoltura, in forze positive per l’ambiente. In questo nuovo quadro concettuale si inserisce anche la zootecnia rigenerativa.

Cos’è la zootecnia rigenerativa?

Come evidenziato in un approfondimento del portale Carni Sostenibili dal titolo  “La zootecnia rigenerativa: principi, benefici ecosistemici e prospettive future”, questo modello ribalta la visione convenzionale di allevamento che non è più visto solo come un’attività dal potenziale impatto ambientale, ma come uno strumento attivo per la rigenerazione degli ecosistemi agricoli. L’obiettivo, quindi, non è più la semplice mitigazione degli effetti negativi, ma utilizzare strategicamente il bestiame per innescare processi virtuosi di ripristino della fertilità del suolo, della biodiversità e dei cicli naturali, con l’obiettivo di passare da un sistema lineare, che consuma risorse, a un sistema circolare, che le rigenera.

Questo approccio si fonda su una visione olistica che considera l’azienda agricola come un organismo vivente e interconnesso, dove la salute del suolo, delle piante, degli animali e dell’uomo sono indissolubilmente legate. 

Il modello del Pascolo Olistico Pianificato

Ma come si traduce in pratica questa visione? Il principio cardine consiste nel gestire gli animali in modo da trasformarli nei principali artefici della rigenerazione. Si tratta di emulare i modelli naturali delle mandrie di erbivori selvatici, la cui interazione con il paesaggio è da sempre un potente fattore di arricchimento e rigenerazione del suolo . L’esempio che viene fatto nell’articolo pubblicato su Carni Sostenibili è quello del  Pascolo Olistico Pianificato (Planned Holistic Grazing). Questo metodo concentra la mandria su piccole parcelle, dette paddock,  per periodi molto brevi. Successivamente, il bestiame viene spostato, lasciando al terreno un lungo e fondamentale periodo di riposo. Questo impatto intenso e breve, seguito da un lungo recupero, innesca un ciclo virtuoso su più livelli: gli animali, pascolando in modo non selettivo, consumano un’ampia varietà di specie e impediscono il predominio di poche piante, promuovendo la biodiversità del pascolo. Allo stesso tempo, questa defogliazione stimola le piante a sviluppare un apparato radicale più profondo e robusto, mentre il calpestio controllato e le deiezioni fertilizzano e migliorano la struttura del suolo, aumentandone la resilienza complessiva.

I benefici ecosistemici: dal suolo al clima

L’applicazione del modello di zootecnia rigenerativa genera una cascata di benefici interconnessi. Il primo e più importante è il miglioramento della salute del suolo. L’aumento della sostanza organica lo trasforma in una vera e propria spugna, capace di assorbire e trattenere grandi quantità d’acqua, aumentando la resilienza alla siccità e riducendo l’erosione. Un suolo più sano e biologicamente attivo diventa anche un efficace serbatoio di carbonio, sequestrando CO2 dall’atmosfera e contribuendo così alla mitigazione del cambiamento climatico. Sul piano del paesaggio, il pascolamento mirato rimuove la biomassa secca, creando barriere tagliafuoco naturali, un servizio essenziale nelle aree interne a rischio di abbandono e incendi. Questa gestione a mosaico crea inoltre una eterogeneità di habitat che favorisce un significativo aumento della biodiversità, attirando impollinatori, avifauna e microfauna. 

Un presidio contro l’abbandono

L’articolo mette in luce anche il ruolo sociale di queste pratiche, evidenziando come la zootecnia rigenerativa possa rappresentare un presidio contro lo spopolamento delle aree interne. A sostegno di questa tesi, vengono forniti i risultati di un’importante ricerca europea che ha indagato le condizioni di vita e di lavoro degli allevatori che adottano i principi dell’allevamento rigenerativo. Dallo studio emerge un quadro chiaro: il principale ostacolo alla sopravvivenza di queste pratiche non è di natura ambientale, ma socio-economica, con lo spopolamento e l’abbandono delle terre che ne minano le fondamenta. Ciò che spinge questi allevatori a perseverare questo modello, rivela la ricerca, non è tanto il profitto, quanto un profondo legame con il territorio. Questo legame si manifesta nel desiderio di proteggere la natura, di tramandare un’eredità culturale e professionale alle future generazioni e di mantenere vivo il tessuto sociale della propria comunità. Proprio per questo, gli autori dello studio suggeriscono che per salvaguardare questi allevatori siano necessarie politiche di supporto mirate: incentivi economici per le pratiche estensive, la creazione di filiere corte che valorizzino i loro prodotti e, soprattutto, una decisa semplificazione burocratica.

Dalla teoria alla pratica: i nodi da sciogliere

L’articolo conclude la sua analisi delineando un quadro delle prospettive future, sottolineando che la strada verso la zootecnia rigenerativa è tanto promettente quanto piena di ostacoli. Il primo scoglio è di natura squisitamente pratica e riguarda l’allevatore, a cui è richiesto un vero e proprio salto di qualità professionale: non più solo produttore, ma “gestore” di ecosistemi. A questo si aggiungono barriere di natura economica, come gli investimenti iniziali necessari per recinzioni mobili e nuove infrastrutture idriche.

L’analisi evidenzia poi ostacoli di sistema. Da un lato, le attuali politiche agricole (PAC) non sono strutturate per riconoscere e remunerare adeguatamente i servizi ecosistemici (come il sequestro del carbonio) che queste aziende generano. Dall’altro, sul mercato si sconta un vuoto normativo: manca ancora uno standard di certificazione “rigenerativo” che sia univoco e riconosciuto, capace di comunicare al consumatore il valore aggiunto del prodotto e giustificarne il posizionamento sul mercato.

La via d’uscita, suggerisce il testo, risiede in un’alleanza strategica tra più attori. È necessario che la ricerca fornisca dati solidi, che la politica adegui gli incentivi per valorizzare chi produce “capitale naturale”, e che gli imprenditori creino filiere capaci di intercettare e premiare questo nuovo modo di fare zootecnia.